Sarebbe una perdita immane e catastrofica se un giorno l’intero pianeta Terra dovesse, per qualsiasi ragione, fare a meno delle api. Il loro lavoro apporta infiniti benefici all’intero ecosistema, occupandosi della conservazione della natura e del mantenimento della biodiversità. Le ammiriamo in primavera e in estate, mentre ronzano instancabili di fiore in fiore, ma vi siete mai chiesti come sopravvivono le api in inverno quando le temperature crollano e la natura si addormenta?
Molti pensano che questi straordinari insetti scompaiano o si congelino fino al ritorno del sole. La realtà è molto più affascinante: l’alveare nei mesi freddi è un capolavoro di ingegneria termica, collaborazione e spirito di sacrificio. Scopriamo insieme cosa succede davvero dentro un’arnia.
Le api vanno in letargo? La magia del “Glomere”
Sfatiamo subito uno dei miti più diffusi: le api non vanno in letargo. A differenza di altri insetti o mammiferi, non cadono in uno stato di sonno profondo, perché hanno un compito vitale: proteggere l’ape regina e garantirne la sopravvivenza.
Quando la temperatura esterna scende sotto i 10-12°C, le api smettono di volare e si ritirano nell’alveare. Qui mettono in atto una strategia stupefacente formando il cosiddetto glomere. Si tratta di una vera e propria sfera vivente: le api si stringono le une alle altre attorno alla regina. Attraverso microscopiche e continue contrazioni dei muscoli toracici, “tremano” in modo coordinato, generando calore.
In questo modo, anche se fuori il cielo è gelido, il cuore del glomere riesce a mantenere una temperatura interna fino a 37°C. È un sistema di riscaldamento perfetto e solidale: le api più esterne, che fanno da “cappotto isolante”, dopo un po’ si scambiano di posto con quelle più interne per non soccombere al freddo. Nessuno viene lasciato indietro.
Il miele e il polline: le scorte vitali per il riscaldamento
Per produrre tutto questo calore, le api bruciano moltissime energie. Da dove traggono il loro “carburante”? Dal miele, ovviamente! Le api producono miele perché sentono il bisogno di accumulare scorte di un alimento dolcificante ed estremamente energetico.
Durante l’anno, specialmente tra marzo e agosto, il lavoro delle api, tra raccolta del polline e prodotti dell’alveare è incessante. Maggio, ad esempio, segna l’attesissima fioritura della robinia (il pregiato miele di acacia), mentre a luglio si raccoglie il nettare per il profumato miele di tiglio, noto per le sue caratteristiche, proprietà e benefici. Gli ultimi voli estivi sono invece dedicati alla raccolta dell’edera. Quest’ultimo nettare, spesso non prelevato dall’apicoltore, viene lasciato nell’arnia come preziosa scorta invernale. Consumando queste riserve, le api traggono l’energia per mantenere attivo il glomere.
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Differenze vitali: api estive vs api invernali (e il destino dei fuchi)
L’attività e persino la biologia dell’alveare cambiano drasticamente nei mesi freddi. Un’ape operaia nata in maggio ha una vita media di soli 30-40 giorni, letteralmente consumata dalla fatica dei voli di raccolta.
Intorno a metà luglio, l’ape regina inizia a interrompere la deposizione delle uova, avviandosi verso il “blocco di covata”. Le api che nascono dall’ultima covata autunnale hanno una biologia differente: possiedono maggiori riserve corporee e, non logorandosi sul campo, hanno una longevità nettamente superiore. Possono vivere fino a 180 giorni, il tempo esatto necessario per traghettare la famiglia fino alla ripresa primaverile.
E i fuchi? I maschi dell’alveare, non essendo necessari per la fecondazione di nuove regine durante l’inverno, finirebbero solo per consumare preziose scorte di cibo. Per il bene superiore della colonia, in autunno le operaie smettono di nutrirli e li espellono dall’arnia.
Il fondamentale ruolo dell’apicoltore durante la stagione fredda
Ogni famiglia di api è un organismo unico, con comportamenti e tolleranze al freddo diverse basate sulla propria genetica. Alcune colonie sono più “freddolose” ma compensano questa caratteristica eccellendo nella raccolta e nell’uso della propoli per sigillare ogni fessura dell’arnia. La propoli è infatti fondamentale per rendere impenetrabile l’alveare al gelo e ai predatori.
In tutto questo, un apicoltore attento non abbandona mai il proprio apiario. Durante l’anno deve monitorare costantemente la salute delle api. Se le scorte lasciate in estate non risultano sufficienti, interviene fornendo del “candito”, un alimento solido a base zuccherina che aiuta la famiglia a superare l’inverno. Nei mesi più rigidi, l’apicoltore evita rigorosamente di aprire le arnie per non causare sbalzi termici fatali.
Tuttavia, già a fine febbraio o nelle giornate in cui la temperatura supera i 14°C, si assiste a una prima magia: le api più audaci escono per raccogliere il polline di nocciolo o per compiere brevi voli purificatori, dando ufficialmente inizio a una nuova, instancabile primavera.
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