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Orto e giardino

Salice: la prima fonte di polline di fine inverno

Alessandro Bazzano · · 7 min di lettura
salice
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Immagina un bosco ancora spoglio, il terreno umido di febbraio, l’aria che sa di freddo. Sembra che la natura stia ancora dormendo. Eppure, se ti avvicini a certi rami, puoi sentire un ronzio inatteso: sono le api, attirate da piccoli fiori dorati e soffici che spiccano sul grigio dell’inverno. Quei fiori sono gli amenti del salice, e per le api rappresentano una delle prime, fondamentali boccate di vita dopo i mesi più duri.

Quando quasi nulla è ancora fiorito, questa pianta apre la stagione e offre agli impollinatori un pasto preziosissimo. In questo articolo scopriamo insieme perché il salice è così importante per le api di fine inverno, come riconoscerlo e perché meriterebbe un posto d’onore in ogni giardino amico della natura. Perché noi di Salva le Api crediamo che conoscere la natura sia il primo, piccolo gesto d’amore che possiamo farle.

Il salice, un albero d’acqua e di vita

Il salice appartiene al genere Salix, un’ampia famiglia che conta decine di specie diverse, dai grandi alberi agli arbusti bassi e cespugliosi. In Italia è diffusissimo lungo i fiumi, i fossi, le rive dei laghi e in tutti i terreni umidi: ama l’acqua a tal punto da essere considerato da sempre un simbolo dei luoghi freschi e ombrosi. Chi non ha presente il malinconico salice piangente, con i suoi lunghi rami che sfiorano l’acqua di uno stagno?

Oltre a questa specie ornamentale, le più preziose per le api sono il salicone (Salix caprea) e il salice da ceste (Salix viminalis), tra i primi a risvegliarsi a fine inverno. È una pianta rustica, resistente e dalla crescita rapidissima, capace di ricacciare con vigore dopo ogni potatura. Da sempre l’uomo ne sfrutta i rami flessibili per l’intreccio di ceste e panieri, mentre le sue radici robuste vengono usate per consolidare gli argini e proteggere il terreno dall’erosione.

Non è un caso se questa pianta compare in tante culture come simbolo di rinascita e adattabilità: piegata dal vento ma mai spezzata, capace di rigenerarsi anche da un semplice ramo piantato nel terreno umido. Proprio questa generosità vitale la rende un albero amico della biodiversità, che offre riparo e cibo a uccelli e insetti lungo tutto l’anno. Ma è nel pieno dell’inverno che dà il meglio di sé per il mondo delle api.

Una fioritura che anticipa la primavera

La vera magia del salice sta nel suo tempismo. Mentre gran parte della vegetazione è ancora in riposo, questa pianta fiorisce già tra febbraio e marzo, a volte persino a fine gennaio nelle zone più miti. I suoi fiori sono raccolti negli amenti, quei soffici “gattini” argentati che poi si ricoprono di un piumino giallo brillante quando maturano.

C’è però una particolarità che rende questa pianta speciale: è dioica, cioè esistono esemplari maschili ed esemplari femminili separati. Gli amenti maschili sono quelli più vistosi e dorati, carichi di polline, mentre quelli femminili, più verdognoli, produrranno i semi. Per le api la differenza è enorme, perché possono raccogliere entrambe le risorse: il polline proteico dalle piante maschili e il nettare zuccherino dai fiori di entrambi i sessi.

È un dettaglio che distingue questa essenza da altre piante invernali impollinate soltanto dal vento, come il nocciolo, che alle api offrono unicamente polline. Qui, invece, c’è anche il nettare e questo significa che, in annate particolarmente favorevoli e in presenza di grandi boschi ripariali, le api riescono persino a immagazzinarne un piccolo surplus. Difficilmente, però, se ne ricava un miele monoflora: la fioritura è troppo precoce e poco costante, e quel poco nettare viene consumato quasi subito dalla famiglia in crescita. Il vero valore di questa pianta, insomma, non è il miele che se ne produce, ma la spinta che dà alla ripartenza dell’alveare.

Perché il polline di fine inverno è così prezioso

Per capire il valore di questo dono bisogna entrare nell’alveare in inverno. Quando fa freddo le api si stringono in una sfera compatta, il glomere, vibrando i muscoli per produrre calore e consumando le scorte di miele accumulate in estate. È un periodo delicato, che abbiamo raccontato nell’articolo su come sopravvivono le api durante l’inverno: la famiglia resiste in attesa di tempi migliori.

Verso la fine dell’inverno, però, qualcosa cambia: l’ape regina ricomincia a deporre le uova e nascono le prime larve. Ed è qui che scatta il bisogno impellente di polline. Mentre il nettare e il miele forniscono soprattutto zuccheri, cioè energia, il polline è la fonte principale di proteine, indispensabili per nutrire la covata e far crescere le giovani api. Se la distinzione ti incuriosisce, l’abbiamo spiegata nell’articolo sulla differenza tra polline e nettare.

Il problema è che, proprio in quel momento, le scorte di polline nell’alveare sono quasi esaurite e là fuori non c’è ancora quasi nulla in fiore. Ecco perché questa fioritura è una vera e propria ancora di salvezza: arriva giusto in tempo per sostenere la ripresa della covata, dando alla famiglia le proteine di cui ha disperato bisogno.

Quel polline, immagazzinato e trasformato in “pane d’api”, diventa il primo pasto ricostituente dell’anno, lo stesso prezioso alimento che, raccolto dagli apicoltori, conosciamo come integratore naturale e di cui parliamo nell’articolo sul polline e i suoi benefici. Per l’apicoltore attento, vedere le api rientrare cariche di polline giallo è il segnale più bello: significa che la famiglia è viva e ha ripreso a crescere, e che la lunga attesa dell’inverno sta finalmente volgendo al termine.

Non solo api da miele: un aiuto per tutti gli impollinatori

C’è un motivo in più per amare questa pianta. Il salice non nutre soltanto le api da miele, ma è fondamentale per moltissimi altri insetti impollinatori che si risvegliano affamati a fine inverno. Le regine dei bombi, ad esempio, escono dal letargo proprio in questo periodo e hanno un disperato bisogno di cibo per fondare le loro nuove colonie: i fiori del salice sono per loro una risorsa vitale, come raccontiamo nell’articolo dedicato al ruolo cruciale dei bombi.

Lo stesso vale per tante api selvatiche e solitarie, spesso più in difficoltà delle api domestiche e sempre più rare. Anche le prime farfalle che si vedono volare nelle giornate tiepide di fine inverno trovano negli amenti una fonte di energia insperata. In un periodo dell’anno in cui ogni fiore è prezioso, questa pianta diventa un punto di riferimento per un’intera comunità di insetti, contribuendo a frenare quella preoccupante diminuzione delle api selvatiche che minaccia la biodiversità. Proteggerla, insomma, significa proteggere molto più di un singolo alveare: significa dare una mano a tutto l’ecosistema che si risveglia con la primavera.

Salice e salute: dalla corteccia all’aspirina

Questa pianta non è preziosa solo per le api: ha una storia affascinante anche per noi esseri umani. Fin dall’antichità la corteccia di salice veniva utilizzata per alleviare dolori e febbre: già Ippocrate, nell’antica Grecia, ne consigliava i decotti. Il motivo ha un nome ben preciso, la salicina, una sostanza naturale contenuta nella corteccia.

Proprio da questa molecola, nell’Ottocento, i chimici isolarono e poi sintetizzarono l’acido acetilsalicilico, il principio attivo di uno dei farmaci più famosi e usati al mondo: l’aspirina. Se ti incuriosisce questa storia, puoi approfondire il legame tra salicilati e aspirina. Un piccolo promemoria di quanto la natura, e le piante che nutrono le nostre api, siano da sempre una farmacia a cielo aperto da rispettare e custodire.

Come aiutare le api con il salice

La buona notizia è che dare una mano agli impollinatori di fine inverno è semplice. Se hai un giardino, soprattutto in una zona umida o vicino a un corso d’acqua, piantare un salice è uno dei gesti più utili che tu possa fare: crescerà in fretta e offrirà cibo alle api proprio quando ne hanno più bisogno. Scegli, se puoi, un esemplare maschile, quello più ricco di polline.

Non serve nemmeno molto spazio: esistono specie arbustive che si adattano bene anche a un grande vaso sul terrazzo o a una siepe mista di confine, dove conviveranno con altre piante a fioritura precoce. Un altro accorgimento prezioso è evitare di potare i rami fioriti a fine inverno: lasciare che gli amenti si sviluppino indisturbati significa garantire nutrimento nel momento più critico.

E, come sempre, bandire del tutto i pesticidi, che per famiglie ancora deboli e in ripresa possono rivelarsi fatali. È lo stesso spirito con cui lavoriamo ogni giorno nelle nostre oasi tra Roero e Langhe, dove curiamo fioriture scaglionate lungo tutto l’anno per non lasciare mai gli impollinatori senza cibo. Il salice apre questa staffetta, che poi prosegue con i grandi alberi melliferi della bella stagione, come la robinia in primavera e il tiglio in estate. Se vuoi scoprire quali altre specie coltivare, dai un’occhiata alla nostra guida sulle piante mellifere da seminare. Ogni fiore conta. 🐝

Così, la prossima volta che vedrai brillare gli amenti dorati nel grigiore di febbraio, saprai che non sono soltanto un primo timido segno di primavera: sono la mensa che riaccende la vita negli alveari, il regalo di un albero generoso che non fa mai mancare il suo aiuto. Ed è già un ottimo motivo per prendercene cura insieme.

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