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Termoregolazione del glomere e la “febbre sociale” contro i patogeni

Alessandro Bazzano · · 6 min di lettura
febbre sociale
In questo articolo

All’interno di un alveare, la singola ape non è quasi nulla: è un frammento di un organismo molto più grande. Questo concetto, che gli studiosi chiamano superorganismo, diventa evidentissimo quando arriva il freddo. Mentre la temperatura esterna crolla sotto lo zero, dentro l’arnia migliaia di api si stringono in una sfera pulsante di vita chiamata glomere, capace di mantenere al proprio interno un clima sorprendentemente stabile. E non finisce qui: quando un patogeno minaccia la colonia, le api sanno alzare deliberatamente la temperatura, generando quella che i ricercatori hanno battezzato “febbre sociale”. Due strategie diverse, un’unica logica: sopravvivere insieme o non sopravvivere affatto.

Che cos’è il glomere invernale

Con il termine glomere (dal latino glomus, gomitolo) si indica l’ammasso compatto e sferico che le api formano quando la temperatura scende sotto i 10-12 °C circa. Non si tratta di un semplice raggruppamento casuale: è una struttura organizzata, dinamica, con regole precise che ne governano forma e comportamento.

Le api non vanno in letargo come molti altri insetti. Al contrario, restano attive tutto l’inverno e affrontano il freddo con un lavoro di squadra estenuante. Il glomere si compone di due strati funzionali. All’esterno, uno strato isolante formato da migliaia di api strettamente addossate le une alle altre, con la testa rivolta verso l’interno, che riducono al minimo la dispersione di calore proprio come farebbe il piumaggio di un uccello. All’interno, un nucleo caldo dove le api si muovono più liberamente e producono energia termica.

Al centro di tutto c’è lei, l’ape regina, protetta e tenuta al caldo perché da lei dipende il futuro della colonia. Attorno, le operaie si alternano in un ciclo continuo di rotazione: chi sta troppo tempo nello strato esterno, esposto al freddo, viene gradualmente sostituito e lasciato migrare verso il cuore tiepido del gomitolo. È un meccanismo di solidarietà termica che evita che le api periferiche muoiano assiderate.

Come le api producono calore: il motore dei muscoli alari

Il segreto della termoregolazione del glomere sta nei muscoli del volo. Le api possiedono nel torace potenti muscoli alari che, in condizioni normali, servono a far battere le ali durante il volo. Ma in inverno questi stessi muscoli vengono usati per un altro scopo: la produzione di calore.

Le operaie contraggono ripetutamente i muscoli toracici senza muovere le ali, sganciandoli dal meccanismo del volo. Questa attività, simile a un brivido continuo, genera calore metabolico esattamente come accade quando noi umani tremiamo dal freddo. Per alimentare questo sforzo, le api consumano miele: il carburante immagazzinato durante la bella stagione si trasforma così in energia termica. È anche per questo che una scorta di miele abbondante è vitale per superare l’inverno, come sa bene chi conosce il valore dei prodotti dell’alveare e il lungo lavoro che le operaie compiono per accumularli.

Il risultato è impressionante: mentre fuori la temperatura può scendere a -20 °C, il nucleo del glomere può mantenersi stabilmente tra i 20 e i 30 °C, e salire ben oltre quando è presente la covata. Le api regolano l’intensità di questo motore biologico in modo continuo, comprimendo il glomere quando fa più freddo (per ridurre la superficie esposta) ed espandendolo quando la temperatura risale. Chi desidera approfondire questa straordinaria capacità di adattamento può leggere il nostro articolo dedicato a come sopravvivono le api durante l’inverno.

La covata: il termostato che alza le pretese

C’è un momento in cui la termoregolazione diventa ancora più esigente: quando nel glomere è presente la covata. Le larve e le pupe in sviluppo richiedono infatti temperature molto precise, comprese tra i 34 e i 35 °C, con una tolleranza minima. Anche pochi gradi in meno possono compromettere lo sviluppo delle nuove api, causando malformazioni o rallentamenti nella crescita.

Per questo, in presenza di covata, il glomere non può più permettersi le oscillazioni tollerabili nei periodi di riposo. Le api diventano guardiane implacabili del termostato, intensificando la produzione di calore e disponendosi attorno alle celle nel modo più efficiente possibile. Alcune operaie si infilano addirittura nelle celle vuote adiacenti alla covata per riscaldarla dall’interno con il calore del proprio corpo. Comprendere questa dinamica aiuta anche a interpretare fenomeni patologici legati al freddo e agli sbalzi termici, come la covata calcificata, che si sviluppa proprio quando la termoregolazione della covata viene compromessa.

La “febbre sociale”: quando la colonia si ammala

Se la termoregolazione del glomere è una risposta al freddo, la febbre sociale è una risposta alla malattia. Ed è forse uno dei comportamenti più affascinanti e sorprendenti dell’intero mondo degli insetti sociali.

Il fenomeno è stato osservato in particolare in relazione a un fungo patogeno, l’Ascosphaera apis, responsabile proprio della covata calcificata. Quando questo agente infettivo minaccia la covata, le api operaie mettono in atto una contromisura tanto semplice quanto ingegnosa: alzano deliberatamente la temperatura dell’alveare, portandola a livelli superiori al normale. Proprio come il nostro corpo reagisce a un’infezione con la febbre, la colonia genera collettivamente calore per creare un ambiente ostile al patogeno.

La differenza fondamentale è che nell’organismo umano la febbre è governata da un sistema nervoso centrale, mentre nell’alveare non esiste un “cervello” unico che dà l’ordine. La febbre sociale emerge dal comportamento coordinato di migliaia di individui, ciascuno dei quali percepisce localmente la minaccia e risponde aumentando la propria attività termica. È l’intelligenza collettiva del superorganismo che entra in azione, senza bisogno di un regista.

Un sistema immunitario fatto di comportamento

La febbre sociale rientra in un concetto più ampio che gli studiosi chiamano immunità sociale: l’insieme delle difese che una colonia mette in campo non a livello di singolo individuo, ma come collettività. Le api, infatti, hanno un sistema immunitario individuale relativamente semplice rispetto ad altri animali, ma compensano questa apparente debolezza con una straordinaria capacità di difesa collettiva.

Oltre alla febbre sociale, questa immunità si manifesta in molti altri comportamenti: la rimozione delle larve infette (il cosiddetto comportamento igienico), la produzione di sostanze antimicrobiche come la propoli, e la trasmissione di resistenze attraverso la vaccinazione naturale di sciame, un meccanismo affascinante che protegge le nuove generazioni. Tutti questi strumenti convergono verso un obiettivo comune: proteggere l’unità riproduttiva della colonia e garantire la continuità della specie.

Purtroppo, non tutte le minacce possono essere contrastate solo con questi meccanismi naturali. Alcuni parassiti e agenti patogeni moderni, primo fra tutti l’acaro Varroa destructor, sono così aggressivi da mettere in crisi anche le difese collettive più raffinate. Per questo motivo la conoscenza approfondita delle malattie delle api resta uno strumento indispensabile per ogni apicoltore che voglia affiancare la natura nel suo lavoro di difesa.

Perché tutto questo ci riguarda

La termoregolazione del glomere e la febbre sociale non sono soltanto curiosità scientifiche affascinanti. Sono la prova tangibile di quanto un alveare sia un organismo complesso, sensibile e vulnerabile. Ogni ape periferica che si sacrifica al freddo, ogni operaia che contrae i muscoli per generare calore, ogni febbre collettiva contro un fungo invisibile racconta la stessa storia: la sopravvivenza delle api è un’impresa corale, che dipende da un equilibrio delicato tra clima, risorse e salute.

Comprendere questi meccanismi ci aiuta a capire perché le api siano oggi così fragili di fronte ai cambiamenti climatici, alla perdita di biodiversità e alla diffusione di nuovi patogeni. Difendere le api significa difendere questa intelligenza collettiva millenaria, un patrimonio che l’evoluzione ha affinato per milioni di anni e che noi, in pochi decenni, rischiamo di compromettere. Se vuoi contribuire concretamente a proteggere questi impollinatori, scopri il nostro progetto di oasi apistiche e come creare corridoi ecologici a loro favore.

Dal gomitolo caldo che sfida l’inverno alla febbre che combatte i patogeni, le api ci insegnano che la forza non sta nel singolo, ma nella capacità di agire come un tutto. Il glomere è isolamento e calore condiviso; la febbre sociale è difesa immunitaria distribuita. Due facce della stessa medaglia: un superorganismo che, per vivere, deve pensare e reagire come uno solo. Ed è proprio in questa unità che risiede il segreto della loro sopravvivenza, e il motivo per cui vale la pena proteggerle.

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