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Covata calcificata
Tutorial apicoltura

Covata calcificata, cosa sta succedendo?

Il monitoraggio dell’alveare rientra fra i principali doveri di un buon apicoltore. A causa di numerosi fattori, infatti, la casa delle api potrebbe presentare delle criticità, che poi si ripercuoterebbero inevitabilmente sulla salute dei nostri piccoli impollinatori. Una delle problematiche che possono manifestarsi è la covata calcificata, una patologia poco conosciuta ma dai tratti molto netti e facilmente riconoscibili. L’apicoltore deve quindi essere informato per saperla riconoscere e agire in tempo per salvare l’alveare.

Cos’è la covata calcificata

La covata calcificata è una patologia poco conosciuta al giorno d’oggi ma diventata comune nell’Italia settentrionale durante gli anni Ottanta, legata probabilmente al diffondersi della Varroa. Si tratta di una forma di micosi che colpisce in particolar modo l’Apis Mellifera (una razza comune e ugualmente distribuita in tutti i continenti) ed è causata dal fungo ascomicete Ascosphaera apis.

Esso va a colpire e infettare le larve (soprattutto quelle maschili) solitamente attraverso l’assunzione diretta di cibo che contiene le spore batteriche del micelio (corpo del fungo). I batteri si proliferano rapidamente all’interno dell’intestino delle larve fino a causarne la loro morte nell’arco di un paio di giorni dall’opercolatura.

Covata calcificata: ecco le cause

Prima di contrastare la covata calcificata e agire per non far ammalare tutto l’alveare, è importante capire quali sono le cause. La patologia è causata da un fungo che si sviluppa all’interno dell’insetti dei nostri piccoli impollinatori e si sviluppa con più facilità negli ambienti particolarmente umidi e non troppo caldi (intorno ai 20-25 gradi).

Il problema di temperatura si presenta quando non c’è una corretta proporzione fra covata e numero di api adulta, perché se la covata è più numerosa rispetto alle api adulte, l’intero nido si raffredderà più velocemente e le probabilità di contrarre malattie o infezioni è più alta. Solitamente le larve vengono contagiate attraverso l’alimentazione, ingerendo quindi nutrimenti che contengono spore.

Il fungo infetta l’intestino dell’ospite tramite la coordinazione tra gli enzimi degradanti e i fattori di virulenza, al punto da inibire le loro difese immunitarie e penetrare le barriere protettive. Inoltre, anche le carenze alimentari, come la mancanza di composti organici come gli amminoacidi, contribuiscono alla diffusione della patologia. Ma non è tutto. Ci sono dei fattori – come situazioni di stress, infezioni virali, background genetico – che possono incrementare le possibilità di contagio.

Poi anche l’apicoltore stesso, involontariamente, con la sua attività può causare la proliferazione dei batteri: ad esempio, quando l’apicoltore utilizza materiali contaminati, provenienti da vecchie colonie malate, le spore possono accumularsi su tutte le pareti dell’alveare e nei suoi prodotti, oppure quando all’interno delle arnie tocca le api infette attraverso l’utilizzo di materiali e dispositivi di protezione, diffonde il fungo anche alle altre famiglie, mettendo in pericolo tutto.

Covata calcificata, come riconoscere la patologia

Come detto precedentemente, l’attento monitoraggio dell’alveare permette di riscontrare eventuali problematiche e, così, agire per combatterle in tempo. La patologia di cui vi stiamo parlando – la covata calcificata – produce dei sintomi vari e facilmente riconoscibili. Se l’apicoltore nota che la covata ha una forma irregolare e discontinua, allora ci si inizia a preoccupare.

Inoltre si nota la presenza di larve mummificate, coperte da una sorta di sostanza tipo muffa, di colore bianco (che poi tende al grigio o nero nel caso in cui la malattia dovesse peggiorare) e soffice quasi come a ricordare il cotone. Gli opercoli possono presentare delle macchie bianche o perforazioni piuttosto piccole, questo perché le api solitamente tendono a disopercolare le celle che contengono le larve infette.

C’è da dire che l’infezione è maggiormente identificabile nel caso in cui è pari o maggiore a circa il 12%, in caso contrario potrebbe essere fraintesa con altre malattie.

Covata calcificata, ecco cosa fare una volta diagnosticata

Una volta appurata la presenza del problema, l’apicoltore deve immediatamente intervenire per evitare il propagarsi dell’infezione. È sbagliato pensare di eseguire un trattamento chimico come si farebbe per altre patologie, nel caso della covata calcificata non ci sono farmaci efficaci a contrastarla.

Già di per sé le api tendono naturalmente ad eliminare le larve mummificate portandole fuori dall’alveare. Di conseguenza, l’apicoltore deve eliminare le larve abbandonate nel fondo, poi procedere ad igienizzare tutto il materiale che è stato contaminato, come la strumentazione e i dispositivi, e a cambiare i telai.

È anche utile trasferire gli alveari in altri luoghi meno umidi e, talvolta, ridimensionare la grandezza del nido per fare alzare la temperatura al suo interno. Infine, se la regina contrae l’infezione bisogna sostituirla con una più giovane e sana, tenendo sempre sotto controllo l’alimentazione adeguata e il controllo delle temperatura.

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