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Covata calcificata, cosa sta succedendo nell’alveare?

Alessandro Bazzano · · 12 min di lettura
Covata calcificata
In questo articolo

Apri l’arnia, sollevi un telaio e sul fondo trovi tante piccole larve bianche, dure e asciutte, simili a pezzetti di gesso. È una scena che ogni apicoltore prima o poi si trova davanti, e che anche a noi è capitata in prima persona. Il primo pensiero è sempre lo stesso: cosa sta succedendo alle mie api?

Quello che stai osservando ha un nome preciso: covata calcificata. È una delle malattie delle api più facili da riconoscere a colpo d’occhio e, per fortuna, una di quelle che si possono gestire bene. Non servono farmaci. Servono attenzione, qualche buona abitudine in apiario e la capacità di capire cosa la famiglia sta cercando di dirci.

In questa guida ti raccontiamo cos’è, perché compare, come distinguerla da altre patologie della covata e cosa facciamo noi quando la troviamo nelle nostre arnie. Ti raccontiamo anche l’errore che ce l’ha fatta conoscere da vicino, perché a volte si impara più da una notte andata storta che da un manuale.

Cos’è la covata calcificata

La covata calcificata è una micosi, cioè un’infezione causata da un fungo. Il responsabile si chiama Ascosphaera apis e colpisce le larve dell’Apis mellifera. Le api adulte non si ammalano, ma possono trasportare le spore e diffonderle all’interno della colonia.

Il nome descrive bene ciò che si vede: le larve morte si seccano, si induriscono e diventano bianche o grigiastre, come se fossero calcificate. Per questo gli apicoltori le chiamano semplicemente “mummie”.

Il ciclo dell’infezione

Il percorso del fungo è preciso e aiuta a capire perché alcune condizioni lo favoriscono così tanto:

  • L’ingestione. Le larve giovani, soprattutto intorno ai 3-4 giorni di vita, ingeriscono le spore insieme al cibo che ricevono dalle api nutrici.
  • La germinazione. Nell’intestino della larva le spore germinano. Il fungo inizia a crescere, ma all’inizio la larva sembra ancora sana.
  • L’invasione. Il momento critico arriva poco dopo l’opercolatura. Se in quella fase la larva si raffredda, il fungo attraversa la parete intestinale e invade tutto il corpo.
  • La mummificazione. In pochi giorni la larva muore, si disidrata e si trasforma in una mummia dura, che le api spazzine cercano di rimuovere dalla cella.

Mummie bianche e mummie nere

L’Ascosphaera apis ha una particolarità: per produrre nuove spore servono due ceppi diversi del fungo, che possiamo immaginare come “maschile” e “femminile”.

  • Quando nella larva è presente un solo ceppo, il fungo produce solo il micelio, cioè una peluria bianca. Si formano così le mummie bianche.
  • Quando i due ceppi si incontrano, il fungo produce le strutture che contengono le spore. La mummia diventa grigia o nera.

Questa distinzione ha un risvolto pratico. Le mummie scure sono le più contagiose, perché contengono milioni di spore pronte a contaminare cibo, cera e attrezzi. Le spore poi sono molto resistenti e possono restare vitali per anni nei favi e nel materiale apistico. È per questo che l’igiene, nella gestione della covata calcificata, conta più di qualsiasi altro intervento.

Le cause della covata calcificata

Il fungo è spesso già presente negli alveari, anche in famiglie che non mostrano alcun sintomo. La covata calcificata diventa un problema quando l’Ascosphaera apis trova le condizioni giuste per svilupparsi. In altre parole, la malattia è quasi sempre il segnale di una famiglia che in quel momento fatica a gestire il proprio nido.

Il freddo: la causa principale

Le api mantengono la zona della covata intorno ai 34-35 °C grazie a un lavoro collettivo straordinario, che approfondiamo nell’articolo sulla termoregolazione del glomere e la febbre sociale. Il fungo invece cresce meglio a temperature leggermente più basse. Basta un calo di pochi gradi, anche per poche ore, per dargli un vantaggio decisivo.

Le larve più esposte sono quelle ai margini del nido, dove il calore arriva con più fatica. Spesso si tratta di larve di fuco, perché le regine tendono a deporre le uova maschili proprio sui bordi dei favi.

Lo squilibrio tra covata e api adulte

In primavera la regina accelera la deposizione e la covata cresce rapidamente. Se le api adulte non sono abbastanza numerose per coprire e scaldare tutti i favi, una parte della covata resta scoperta e si raffredda. È il motivo per cui la covata calcificata compare soprattutto nella ripresa primaverile e all’inizio dell’estate, quando le giornate calde si alternano a notti ancora fresche.

L’umidità

Un ambiente umido favorisce la crescita del fungo e la diffusione delle spore. Apiari in fondovalle, all’ombra, vicino a corsi d’acqua o in zone con nebbie frequenti sono più a rischio. Lo stesso vale per arnie poco ventilate, con condensa sul coprifavo o con il fondo che resta bagnato. Scegliere bene dove collocare l’apiario è una vera forma di prevenzione: ne parliamo nella guida su come posizionare le arnie.

Stress, alimentazione e altre patologie

Una famiglia indebolita ha meno risorse per difendersi. Possono contribuire:

  • carenze alimentari, soprattutto di polline, che fornisce le proteine e gli amminoacidi necessari allo sviluppo delle larve e delle nutrici;
  • altre infezioni, come la varroa e i virus che trasmette, che riducono il numero e la vitalità delle api;
  • interventi troppo frequenti o prolungati, che espongono la covata all’aria fresca.

Un’alimentazione corretta nei periodi di scarsità fa la differenza. Trovi i nostri consigli nella guida per nutrire le api in modo sostenibile.

La genetica e il comportamento igienico

Alcune famiglie riconoscono e rimuovono le larve malate prima che il fungo produca le spore. È il cosiddetto comportamento igienico, ed è in parte ereditario. Le linee selezionate per questa caratteristica si ammalano meno di covata calcificata e di altre patologie della covata. Approfondiamo le differenze tra le varie linee nell’articolo sulla genetica delle api.

L’apicoltore stesso

Anche noi apicoltori, senza volerlo, possiamo diffondere la malattia. Succede quando spostiamo telai da una famiglia colpita a una sana, quando riutilizziamo favi vecchi o cera contaminata, oppure quando lavoriamo con guanti e leve non puliti passando da un’arnia all’altra. Anche il saccheggio e la deriva delle bottinatrici possono portare le spore tra famiglie vicine.

La nostra esperienza: una notte troppo fredda in nomadismo

Te lo raccontiamo perché è il modo migliore per capire quanto conti la temperatura nella comparsa della covata calcificata.

Durante uno spostamento in apicoltura nomade abbiamo trasportato le arnie in una notte che si è rivelata troppo fredda. Il nomadismo si fa quasi sempre di notte, perché le bottinatrici sono tutte rientrate e nessuna ape resta indietro. Ma durante il viaggio le api restano chiuse, agitate e sotto stress. La famiglia fatica a mantenere il calore attorno alla covata, e in quelle ore la covata si raffredda.

Il risultato è arrivato puntuale: covata calcificata. Ci siamo trovati a togliere mummie, restringere i nidi e seguire le famiglie da vicino per aiutarle a riprendersi.

Da allora per noi la regola è semplice. Prima di ogni spostamento controlliamo sempre le temperature minime previste, sia nel luogo di partenza sia in quello di arrivo. Se fa troppo freddo, rimandiamo. Una notte di attesa costa molto meno di settimane passate a sostenere una famiglia in difficoltà. È una lezione che oggi condividiamo con chiunque ci chieda consigli sul nomadismo.

Oltre al meteo, ci sono altre attenzioni che oggi seguiamo sempre. Cerchiamo di ridurre al minimo la durata del viaggio, così le api restano chiuse il meno possibile. Usiamo chiusure con rete che garantiscono aria senza esporre troppo la covata al freddo. All’arrivo apriamo le porticine con calma e lasciamo le famiglie tranquille per qualche giorno, senza visite inutili. Infine spostiamo solo famiglie forti e ben popolate, perché sono quelle che riescono a mantenere il calore del nido anche in condizioni difficili.

Come riconoscere la covata calcificata

I segnali sono abbastanza chiari, e con un po’ di esperienza si riconoscono in pochi secondi:

  • Covata a mosaico. Le celle opercolate si alternano a celle vuote o disopercolate, invece di formare una superficie compatta e uniforme.
  • Mummie bianche. Le larve morte sono dure, asciutte e leggere. Ricordano piccoli gessetti. All’inizio possono essere coperte da una peluria bianca simile al cotone.
  • Mummie grigie o nere. Indicano che il fungo ha prodotto le spore e che l’infezione è più contagiosa.
  • Opercoli forati o rimossi. Le api tendono ad aprire le celle che contengono larve malate per eliminarle.
  • Mummie davanti all’entrata o sul fondo. Trovarle sul predellino, sul fondo dell’arnia o sul vassoio antivarroa è spesso il primo indizio, ancora prima di aprire l’arnia.
  • Il “sonaglio”. Se scuoti leggermente un favo, le mummie staccate dalle pareti possono tintinnare dentro le celle.

Annota sempre quello che osservi nel quaderno di apiario. Ti aiuterà a capire se il problema si ripete nello stesso apiario, nella stessa famiglia o nello stesso periodo dell’anno. Sono informazioni preziose per decidere se intervenire sulla posizione dell’apiario o sulla regina.

Covata calcificata o un’altra malattia?

Riconoscere la covata calcificata è importante anche per escludere patologie più gravi. Alcune malattie della covata si somigliano, almeno a un primo sguardo.

  • Peste americana. È la più pericolosa e in Italia è soggetta a denuncia obbligatoria. Gli opercoli sono infossati, scuri e forati. La larva morta diventa una massa bruna e appiccicosa: se la tocchi con uno stecchino e lo ritiri lentamente, si allunga in un filo. Nella covata calcificata, invece, la mummia è dura e asciutta.
  • Peste europea. Le larve muoiono di solito prima dell’opercolatura. Appaiono giallastre, contorte e afflosciate sul fondo della cella, spesso con un odore acido.
  • Covata a sacco. È una malattia virale. La larva morta assume la forma di un sacchetto pieno di liquido, con la parte della testa scura e sollevata.
  • Covata pietrificata. È causata da funghi del genere Aspergillus ed è molto più rara. Le mummie sono durissime e tendono al giallo-verde. A differenza della covata calcificata può colpire anche le api adulte, e i suoi funghi possono dare problemi respiratori anche all’uomo. Se hai dubbi, lavora con la mascherina.

Se hai anche solo un sospetto di peste americana o non riesci a capire con certezza cosa stai osservando, rivolgiti al servizio veterinario della tua ASL o all’Istituto Zooprofilattico della tua regione. Un campione di favo analizzato in laboratorio toglie ogni dubbio.

Cosa fare quando trovi la covata calcificata

Per la covata calcificata non esistono farmaci efficaci e autorizzati. Antibiotici o prodotti chimici non servono contro un fungo e rischiano solo di contaminare cera e miele. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, la famiglia guarisce da sola se l’aiutiamo a ritrovare le condizioni giuste.

Ecco cosa facciamo noi, passo dopo passo:

  1. Togliamo le mummie dal fondo, dal predellino e dal vassoio, e le eliminiamo lontano dall’apiario. Meno spore restano in circolazione, meglio è.
  2. Restringiamo il nido. Riduciamo lo spazio con un diaframma, così le api riescono a scaldare meglio la covata. Se necessario rivediamo anche l’equilibrio tra nido e melario, togliendo spazio che la famiglia non riesce a presidiare.
  3. Sostituiamo i telai più colpiti. I favi con molte mummie vanno tolti. Nei mesi successivi programmiamo un rinnovo della cera, perché le spore sopravvivono a lungo nei favi vecchi.
  4. Puliamo e disinfettiamo gli attrezzi. Leva, spazzola e guanti vanno lavati tra un’arnia e l’altra. La fiamma è un ottimo alleato per il materiale in legno e metallo.
  5. Non spostiamo telai tra famiglie. Finché il problema non è risolto, la famiglia colpita resta isolata da scambi di favi e di covata.
  6. Miglioriamo l’ambiente. Se l’apiario è troppo umido o ombreggiato, valutiamo di spostarlo. Controlliamo la ventilazione dell’arnia e sistemiamo le arnie leggermente inclinate in avanti, così l’acqua di condensa può defluire.
  7. Sosteniamo la famiglia. Se le fioriture scarseggiano, un’alimentazione mirata aiuta le nutrici a crescere larve più forti.
  8. Valutiamo la regina. Se la covata calcificata si ripete nella stessa famiglia anno dopo anno, sostituire la regina con una giovane e di una linea più igienica è spesso la soluzione più duratura.

Le difese naturali della colonia

Le api hanno già i loro strumenti contro i funghi, e il nostro compito è metterle nelle condizioni di usarli. La propoli, che le api spalmano sulle pareti dell’arnia, ha una forte azione antifungina. Per questo preferiamo non raschiarla via del tutto durante le pulizie.

Anche i batteri buoni che vivono nell’alveare, in particolare i lattobacilli presenti nel pane d’api e nell’intestino delle api, contribuiscono a tenere sotto controllo i patogeni. Ne parliamo nell’articolo sul microbioma dell’alveare. Una famiglia ben nutrita e con un microbioma sano si difende molto meglio.

Prevenire la covata calcificata durante l’anno

La prevenzione è la vera cura, e si costruisce un po’ alla volta lungo tutta la stagione. Seguire il calendario dell’apicoltore aiuta a non arrivare impreparati ai momenti più delicati.

  • Fine inverno e inizio primavera. È il periodo più a rischio. Evita visite lunghe nelle giornate fresche e non allargare il nido troppo in fretta. Meglio aggiungere un telaio in meno che uno in più.
  • Primavera inoltrata. Tieni d’occhio l’equilibrio tra covata e api adulte. Se fai nuclei o sciami artificiali, assicurati che abbiano abbastanza api per scaldare la covata che ricevono.
  • Estate. È la stagione del nomadismo e delle fioriture. Controlla sempre le minime prima di spostare le arnie e verifica che le famiglie abbiano polline a sufficienza.
  • Autunno. È il momento ideale per eliminare i favi vecchi, scuri o con tracce di mummie, e per pianificare la sostituzione delle regine nelle famiglie che si sono ammalate più spesso.
  • Tutto l’anno. Apiari asciutti e soleggiati, attrezzi puliti, nessuno scambio di telai da famiglie malate e una buona selezione delle regine.

Domande frequenti sulla covata calcificata

Il miele di una famiglia con covata calcificata si può mangiare? Sì. Il fungo colpisce le larve delle api e non è pericoloso per l’uomo. Il miele resta sicuro, anche perché i melari non contengono covata.

La famiglia può morire? È raro. Nella maggior parte dei casi la covata calcificata indebolisce la famiglia senza ucciderla. Se però la colonia è già debole o l’infezione è molto estesa, può ridursi molto e diventare vulnerabile ad altri problemi.

La covata calcificata è contagiosa tra apiari? Le spore possono spostarsi con il materiale apistico, i telai, la cera, il saccheggio e la deriva delle api. Per questo l’igiene e la cautela negli scambi tra apiari sono fondamentali.

Va denunciata alle autorità? In Italia la covata calcificata non rientra tra le malattie a denuncia obbligatoria, a differenza della peste americana. In caso di dubbio sulla diagnosi, però, è sempre meglio chiedere un parere al veterinario.

Api sane nascono da un ambiente sano

La covata calcificata ci ricorda una cosa che vediamo ogni giorno in apiario: le api sanno difendersi da sole, se le mettiamo nelle condizioni giuste. Famiglie forti, nutrite bene, in un luogo asciutto e soleggiato, con una cera giovane e un apicoltore attento ai dettagli, raramente si ammalano.

È la stessa filosofia che seguiamo nelle nostre oasi apistiche tra Roero e Langhe. Seminiamo fiori melliferi e ci prendiamo cura dell’ambiente intorno agli alveari, perché un’ape che trova cibo vario e abbondante tutto l’anno è un’ape più forte. E se vuoi dare una mano anche tu, puoi iniziare dal tuo balcone o dal tuo giardino: ogni fiore conta.

Semina anche tu fiori per le api.

Con una donazione ci aiuti a seminare piante mellifere nelle Oasi del Roero e delle Langhe.

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